Ognuno di noi, con sano orgoglio, è legato alla propria cittadinanza e al luogo in cui è nato. Così per suor Maria Ildegarde, che con questa celebrazione affidiamo alle mani misericordiose di Dio, perché l’accolga come figlia fedele alle nozze definitive dell’Agnello. Suor Ildegarde era orgogliosa delle sue origini geografiche e di appartenenza religiosa: genovese, educata alla scuola dell’Azione cattolica e impegnata nella Federazione Universitaria Cattolica, cresciuta pastoralmente dal Cardinal Siri che guidò la Diocesi genovese per ben 41 anni, e quindi legata alle riforme e “non riforme” liturgiche di quel tempo. Entrò nell’Abbazia S. Maria di Rosano il 27 ottobre 1962 e lì emise la Professione il 3 maggio 1964. Appena 5 anni dopo la morte di Madre Maria Ildegarde Cabitza, in memoria della quale, immagino, ricevette il nome. Dopo che all’Abbazia di Rosano fu affidato questo Monastero sopra Claro, più volte qui fu inviata dalla Madre in aiuto per brevi periodi, finché nel 2003 fu nominata Priora, ufficio in cui ha profuso tutto il suo impegno e che, però, ha dovuto lasciare per motivi di salute 7 anni fa, nel 2017. E in questi ultimi anni, a dire il vero anche in questi ultimi giorni, più volte le consorelle hanno ricorso a lei per dei consigli e delle informazioni su questo nostro caro Monastero.
Oso pensare che suor Ildegarde, quando venne a Claro, avesse ben in mente quanto l’altra madre Ildegarde, venerata abbadessa di Rosano, sarda di origini, aveva scritto allorquando nel 1942 la Santa Sede la inviava come Abbadessa all’antico monastero di Rosano: “Te lo puoi immaginare un vecchio, immenso Monastero che aspetta di riprender vita e dove tutto è da rifare, non materialmente, ma spiritualmente e intellettualmente? Il posto è molto bello e il Monastero pure… c’è un lavoro immenso da fare…, ma sono serena e intimamente piena di pace.”. Questo riferito a Rosano, allora, e forse appropriato nel 2003 per Claro quando suor Ildegarde ne fu nominata priora.
“Serena e intimamente piena di pace”, le era stato insegnato dagli scritti dell’Abbadessa. Per questo le nostre Monache, oggi, ricordano la nostra suor Ildegarde ricca di doni di natura e di grazia, fedele nell’obbedienza, dedita, forte e generosa, esemplare anche negli ultimi istanti della sua vita; un’anima ardente e generosa. Cosi ci hanno scritto ieri nell’annuncio della morte di suor Ildegarde.
Noi la ricordiamo come una donna e superiora saggia, serena, intelligente e coi piedi per terra. La pensiamo poi tenace e combattiva; basti pensare che lo scorso anno aveva già bussato alla porta di san Pietro. Poi miracolosamente, con una grande forza di volontà, si è ripresa e fino a quindici giorni fa è stata sempre presente e attiva, secondo le sue possibilità, in coro e in Monastero. Una tenacia che ho sperimentato ancora l’altro giorno, portandole la comunione. Come si fa con qualsiasi persona le ho chiesto anzitutto come stesse. Mi ha risposto ovviamente con eleganza e diplomazia, ma il senso e il modo delle sue parole era dirette, quasi a dirmi, non ovviamente proprio con queste parole: “Ma cosa mi chiedi: sono qui che sto morendo e mi chiedi come sto?”. Poi io ho ovviato il discorso dicendole: “Ma intendevo nell’animo…”.
Un animo, che certo però stava bene. Difatti con Monsignor Gianni e con don Gregorio posso testimoniare la sua fede, che si è resa visibile nella sua serenità e nella sua lucidità in questi ultimi giorni, fino a quando, come hanno scritto le Suore nella comunicazione della morte di suor Ildegade, la Vergine Maria ha accolto e presentato al Padre la sua figlia fedele, nell’ora stessa in cui Maria ha stretto tra le braccia il corpo del suo Figlio deposto dalla Croce.
In questa 31.ma settimana del tempo ordinario, con la liturgia preghiamo ogni giorno: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Stiamo celebrando l’Eucaristia, rendimento di grazie al Signore per i doni di natura e di grazia che il Signore ha donato a suor Ildegarde e che le hanno permesso di servire il Signore in modo lodevole e degno. Nella sua vita non sono mancati certamente gli ostacoli e le difficoltà, magari anche di carattere che in parte conosciamo, nella corsa verso i beni promessi del Cielo. Per questo insieme siamo qui a invocare per lei il Signore, Dio onnipotente perché grande nell’amore e nel perdono.
Ognuno di noi, dicevo poco fa, è legato alle proprie origini e alla propria cittadinanza. San Paolo, nella prima lettura, ci ha ricordato che la nostra cittadinanza è nei cieli, e di là come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso.
Penso che la nostra fede consista anche in questo: lo stesso attaccamento che abbiamo per il nostro Paese di origine, lo dobbiamo avere per il Cielo, la Gerusalemme celeste, dove noi siamo nati, ci ricorda il Salmo 121. Dunque sempre desiderosi della vera Patria, quella Celeste, restando saldi nel Signore, come chiede Paolo ai Filippesi.
Cosa significa restare saldi nel Signore? Tante cose, ma tra l’altro anche quello che ci viene indicato nella parabola particolare del Vangelo della liturgia di oggi, dove Gesù elogia l’amministratore disonesto che pensa: “So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. E abbiamo sentito cosa fa: al servo che deve 100 barili d’olio ne chiede 50 (con uno sconto calcolato oggi per noi in quasi 150 mila fr.); al servo che doveva 100 misure di grano fa scrivere 80 (qui ho fatto più fatica a fare il calcolo, salvo quello che lo sconto equivale al 20%). Penso che Gesù abbia elogiato questo modo di fare, perché è quello che Dio fa con noi: gioca sempre al ribasso, nel senso che ci viene incontro, condona, perdona, concede, fa i saldi (oggi è anche il black Friday): rimette a noi i nostri debiti, cancella totalmente i nostri peccati, e lo fa per amore, pur di averci nella sua casa, nella Patria del Cielo.
Non vuol dire che noi dobbiamo giocare al ribasso. Vuol dire restare saldi in lui e a nostra volta avere in noi, per gli altri, gli stessi sentimenti di misericordia del Cristo, il suo stile di ascolto, di servizio, di tenerezza, di comprensione, di …, uso una parola grande, “Incarnazione”. San Paolo dice che l’univo debito che noi abbiamo nei confronti del nostro prossimo è il debito di amore. Cancelliamo, questo debito, amando.
È quanto chiediamo al Signore per noi: sapere che la nostra cittadinanza è nei Cieli; aspettare che di là venga a salvarci il Signore; attendere con scaltrezza, che per noi vuol dire non certo con disonestà, ma con i sentimenti di Gesù Cristo che ha svuotato sé stesso totalmente, quindi ben più dell’amministratore della parabola che si era fermato a 50 su 100. E così, facendosi servo totalmente, ci ha regalato con la sua passione, morte e risurrezione la sua vita divina. Quella stessa vita divina che ora chiediamo in pienezza, nella preghiera di suffragio, per suor Ildegarde; affinché, cittadina del Cielo, possa prendere parte alla gioia della Casa non costruita da mani d’uomo, ma da Dio, nella Patria eterna, per i secoli eterni. Amen.