Una Vita di Preghiera e Fraternità
Il Monastero Benedettino di Santa Maria Assunta a Claro è una delle realtà monastiche femminili più antiche e significative del Canton Ticino. Nato alla fine del Quattrocento e cresciuto nei secoli tra povertà, donazioni, riforme e rinascite spirituali, il monastero continua ancora oggi a custodire il carisma di san Benedetto e una tradizione ininterrotta di preghiera e vita comunitaria.
La sua storia è una storia di fedeltà: fedeltà alla Regola, alla Chiesa, al territorio e alla propria vocazione, in mezzo a difficoltà sociali, politiche ed economiche che più volte ne hanno minacciato l’esistenza.
Prologo (45/49) “Dobbiamo costituire una scuola del servizio del Signore…Avanzando nell’esercizio della virtù e della fede, il cuore si dilata e con indicibile soavità di amore, si corre nella via dei precetti divini.”
Capitolo LXXII – Il buon zelo dei monaci “Si amino fraternamente con casta dilezione, nulla assolutamente antepongano a Cristo, il quale ci conduca tutti insieme alla vita eterna” (8/11/12)
L’8 maggio 1490 i Signori Conti Canonici Ordinari, responsabili della giurisdizione ecclesiastica sulle valli ambrosiane, eressero ufficialmente il monastero benedettino accanto alla chiesa di Santa Maria Assunta di Claro.
La prima comunità era composta da quattro monache e tre novizie; tra esse venne eletta abbadessa Scolastica de Vicemalis, proveniente dal monastero milanese di San Odorico al Bocchetto, una delle più antiche case benedettine della città.
Secondo la tradizione, suor Scolastica, gravemente malata, sarebbe salita alla chiesa di Claro su consiglio di una donna di Blenio: qui ottenne la guarigione e interpretò l’evento come un segno della volontà di Dio, scegliendo di fermarsi e dare vita a una comunità stabile. Anche due novizie provenivano dalla valle di Blenio, segno del radicamento locale che il monastero conobbe fin dagli inizi.
Le proprietà assegnate alla comunità – la chiesa e alcuni beni – erano affittate da tempo a famiglie locali e producevano entrate minime. Nel 1496 si constatava che «i frutti, i redditi e proventi del monastero […] si riducono a nulla».
La prima abbadessa richiese quindi il permesso per la questua, che divenne da quel momento una pratica fondamentale per sostenere la comunità.
La povertà rimase una costante nella vita monastica, nonostante l’obbligo per le postulanti di portare una dote e l’accoglienza di educande a pagamento.
Nel XVI secolo, per la sua posizione geografica, il monastero divenne una sorta di baluardo spirituale della fede cattolica nelle regioni toccate dalla Riforma protestante. Le monache si spingevano anche in zone protestanti per la questua e riuscirono a salvare dalla distruzione una statua dell’Addolorata, ancora oggi venerata nella chiesa del monastero.
Nel 1567 e nel 1570 San Carlo Borromeo, vescovo di Milano, visitò il monastero, introducendo le riforme del Concilio di Trento: clausura per le monache corali, adeguamenti architettonici e rinnovamento della disciplina. Molti interventi edilizi sorsero proprio da queste richieste, pur nella costante scarsità di mezzi.
Nei secoli XVII e XVIII la comunità visse una continuità silenziosa della Regola, pur attraversando eventi difficili come epidemie, carestie e periodi di estrema povertà. Nel 1621, il prevosto Giovanni Basso scriveva che «le monache di Claro muoiono di fame perché non hanno né pane, né grano, né denaro».
Nel 1697 suor Giovanna Antonia Hippolita Orelli redasse la prima cronaca completa della storia del monastero, su richiesta del vicario dell’arcidiocesi di Milano. Le sue pagine mostrano una comunità povera ma sorretta dalla Provvidenza e dal sostegno della popolazione del territorio.
Con il 1798, le truppe della Francia rivoluzionaria introdussero la “rivoluzione elvetica”. Le nuove autorità guardavano con sospetto i monasteri di vita contemplativa, considerandoli inutili.
Nel corso dell’Ottocento, soprattutto con l’ascesa dei Radicali, il monastero fu minacciato più volte di soppressione: la legislazione anticlericale impose inventari, tasse pesanti, limitazioni e divieto di accogliere novizie.
La superiora Giuseppa Benedetta Molina, in una supplica al governo cantonale, difese con coraggio il diritto della comunità di continuare la propria vita religiosa. Parallelamente, i superiori avviarono una riforma spirituale decisiva: tra il 1852 e il 1854 si ebbe un vero “rinnovamento della comunità”, con la decisione solenne di vivere in piena comunione dei beni, rinnovare i voti e adottare l’abito monastico.
All’inizio del XX secolo una grave epidemia di influenza decimò la comunità, rendendo evidente la precarietà dei locali e della vita materiale.
Fu avviata una riforma della giornata monastica, alleggerendo pratiche devozionali diventate troppo pesanti e migliorando alcune condizioni strutturali: tra queste, l’ampliamento dell’orto interno alla clausura.
Durante la prima guerra mondiale il monastero svolse un ruolo discreto ma importante facilitando la corrispondenza tra benedettini italiani e tedeschi.
Gli anni tra le due guerre e il secondo conflitto mondiale furono segnati da povertà crescente e da una progressiva diminuzione delle vocazioni.
Il vescovo Mons. Angelo Jelmini, molto legato a Claro, cercò più volte una soluzione per aiutare la comunità, arrivata a un punto di grande fragilità.
Nonostante le difficoltà e il timore che il monastero potesse essere requisita dall’esercito, la comunità rimase fedele alla propria vocazione, sostenuta da fratelli, prelati e benefattori.
Nel 1966 l’abbadessa di Claro M. Agnese Bernasconi incontrò M. Immacolata Fornasari, abbadessa del monastero toscano di Rosano, chiedendo aiuto per sostenere una comunità ormai piccola e anziana.
Nel 1971 un gruppo di monache di Rosano arrivò finalmente a Claro: iniziò così una nuova fase di stabilità, crescita e rinnovamento spirituale. L’affidamento fu formalizzato nel 2001, consolidando il legame tra i due monasteri.
Tra il 1998 e il 2005 fu realizzato un vasto progetto di restauro che interessò l’intero complesso monastico.
Questi interventi, sostenuti da benefattori, istituzioni e dal comitato per il restauro, avevano l’obiettivo di conservare un importante monumento storico e di offrire una dimora adeguata a una comunità di nuovo viva e stabile.
Il vescovo di Lugano Mons. Eugenio Corecco incoraggiò e sostenne in modo particolare questo progetto.
Oggi il Monastero di Santa Maria Assunta continua la sua vocazione di preghiera, accoglienza e vita fraterna. La comunità - retta da una Priora conventuale - custodisce la tradizione benedettina e offre uno spazio di silenzio, fede e incontro con Dio per chi sale a Claro.
















La Comunità Benedettina di Claro
La Comunità Benedettina del Monastero di Claro vive secondo la regola di San Benedetto, dedicandosi quotidianamente alla preghiera, al lavoro e alla contemplazione. Immersa in una tradizione secolare, la comunità è un luogo di accoglienza spirituale e di fede, dove la vita monastica si unisce alla devozione alla Vergine Maria. Qui, le monache coltivano uno stile di vita semplice e silenzioso, sostenuto dalla fraternità e dall’umiltà, offrendo rifugio spirituale a chiunque desideri condividere momenti di preghiera e riflessione.
