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Festa di San Benedetto – Omelia

Care sorelle nel Signore,

oggi la Chiesa celebra con gioia e gratitudine San Benedetto da Norcia, Padre del monachesimo e Patrono d’Europa.

In questa casa benedettina, dove la sua Regola continua a plasmare il ritmo dei giorni, la liturgia ci invita a tornare alla sorgente della sua sapienza spirituale e a contemplare il dono che Dio ha fatto alla Chiesa e al mondo attraverso la sua vita.

La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, ci consegna una parola che sembra descrivere il cammino stesso di Benedetto: «Se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio» (Pr 2,1.5).

Tutto iniziò da un ascolto. Benedetto non fu anzitutto un organizzatore, un legislatore o un costruttore di monasteri. Fu un uomo che ascoltò.

In un mondo attraversato dall’incertezza e dalla dissoluzione dell’antico ordine romano, egli cercò una sola cosa: Dio. Cercò la sapienza che viene dall’alto. Cercò quella voce che parla nel silenzio del cuore.

Anche voi, care sorelle, siete qui per questa stessa ricerca. La vostra vita nascosta non è una fuga dal mondo, ma una testimonianza che Dio è degno di essere cercato sopra ogni cosa.

Ogni giornata monastica, con la sua fedeltà umile e perseverante, proclama che la vera sapienza non consiste nell’accumulare conoscenze, ma nel conoscere il Signore.

Il libro dei Proverbi promette che Dio «protegge il cammino dei suoi fedeli». Quante volte la storia benedettina ha sperimentato questa protezione!

Pensiamo a Abbazia di Montecassino, la culla dell’Ordine. Distrutta più volte lungo i secoli, e in modo drammatico durante la seconda guerra mondiale, essa è sempre risorta. Le pietre sono cadute, ma non è caduta la forza del Vangelo vissuto secondo la Regola di Benedetto. Montecassino rimane un simbolo eloquente: ciò che è fondato su Cristo può essere ferito, ma non distrutto.

La seconda lettura ci conduce al cuore della vita monastica. L’apostolo Paolo esorta: «Rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12).

Queste parole potrebbero essere considerate il ritratto spirituale di una comunità benedettina. La santità monastica non si misura da esperienze straordinarie, ma dalla qualità evangelica delle relazioni quotidiane.

La misericordia che accoglie la sorella.
L’umiltà che rinuncia a prevalere.
La pazienza che sa attendere.
Il perdono che ricuce le ferite.
La carità che tiene unite tutte le cose.

San Benedetto conosceva bene il cuore umano. Per questo la sua Regola è così concreta. Egli sapeva che la comunione non nasce spontaneamente; è un’opera dello Spirito che domanda conversione continua. Per questo Paolo aggiunge: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori».

La pace. Ecco una delle parole che più profondamente caratterizzano l’eredità benedettina.

Il 24 ottobre 1964, a Montecassino in occasione della solenne riconsacrazione della Basilica abbaziale ricostruita dopo la distruzione causata dai bombardamenti del 1944, Papa Paolo VI proclamò San Benedetto Patrono d’Europa con la Lettera Apostolica Pacis Nuntius, e lo definì «messaggero di pace».

In quel documento memorabile, il Papa ricordava come Benedetto, con la croce, il libro e l’aratro, abbia portato non soltanto la fede cristiana, ma anche una civiltà fondata sulla pace, sul lavoro, sulla preghiera e sulla dignità della persona umana.

Paolo VI scriveva che Benedetto fu «araldo di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà». Parole che oggi risuonano con particolare forza.

L’Europa e il mondo intero continuano a conoscere tensioni, divisioni, guerre e smarrimenti spirituali. In mezzo a queste inquietudini, la vita contemplativa continua a essere una silenziosa profezia di pace.

Molti potrebbero domandarsi: che cosa può fare un monastero davanti ai grandi problemi del mondo? La risposta è semplice e immensa: può stare davanti a Dio.

Può intercedere. Può adorare. Può mantenere accesa la lampada della fede.
Può ricordare all’umanità che senza Dio non esiste una pace duratura.

La vostra clausura, care sorelle, è una forma di maternità spirituale. Nel silenzio del coro, nella fedeltà all’Ufficio divino, nel lavoro nascosto e nell’offerta quotidiana, voi collaborate misteriosamente all’opera della pace molto più di quanto il mondo possa immaginare.

Nel Vangelo, infine, Pietro domanda a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27). È una domanda sincera. È la domanda di ogni vocazione.

Gesù non rimprovera Pietro. Gli risponde con una promessa: nessuno lascia qualcosa per il Regno senza ricevere molto di più.

Queste parole trovano una risonanza particolare in una comunità monastica. Voi avete lasciato molte cose: progetti personali, affetti vissuti in altra forma, possibilità e percorsi che il mondo considera preziosi.

Ma il Signore non si lascia vincere in generosità. La vostra ricompensa non è anzitutto futura. Essa comincia già ora. È Cristo stesso.

Quando una monaca può dire ogni giorno: «Il Signore è la mia eredità», possiede un tesoro che nessuna crisi economica, nessun cambiamento storico, nessuna fragilità umana può sottrarre.

San Benedetto aveva compreso questo segreto. Per questo conclude la sua Regola con quell’invito straordinario a non anteporre assolutamente nulla all’amore di Cristo. Tutta la sua vita è racchiusa lì.

Non anteporre nulla a Cristo.
Non anteporre nulla alla sua parola.
Non anteporre nulla alla sua presenza.

Ecco il cuore della vocazione benedettina.
Ecco il cuore della santità.
Ecco il cuore della pace.

Care sorelle, in questa festa del vostro Santo Padre, chiediamo che la sua intercessione continui a sostenervi nella fedeltà quotidiana.

Come da Montecassino si irradiò una luce che attraversò i secoli, così anche da questo monastero di Claro continui a diffondersi una luce discreta ma preziosa: la luce della preghiera, della comunione fraterna, della speranza e della pace.

E mentre il nostro mondo cerca spesso soluzioni nella forza, nel potere o nella tecnica, voi ricordate a tutti noi che il futuro nasce anzitutto da ginocchia piegate davanti a Dio e da cuori che ascoltano la sua voce.

San Benedetto, messaggero di pace e maestro di vita evangelica, accompagni il cammino di questa comunità e dell’Europa intera. Amen

Don Antony, parroco di Arbedo

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