Si è svolta, lo scorso 17 maggio 2026 presso il Monastero l’annuale Giornata degli Amici del Monastero di Claro, con la S. Messa vissuta e celebrata con la Comunità monastica e l’assemblea annuale ordinaria dell’Associazione. Ecco alcune foto e l’omelia pronunciata da mons. Nicola Zanini:
C’è un verbo difficile della vita, che noi conosciamo bene: aspettare. Aspettiamo un esame, una telefonata, una risposta del medico, un cambiamento, una pace che tarda ad arrivare. E spesso l’attesa ci pesa. Perché “aspettare” può voler dire semplicemente stare fermi, guardare l’orologio, sopportare il tempo. Ma il Vangelo di questa domenica — e questi giorni tra Ascensione e Pentecoste — ci insegnano un verbo diverso: attendere. C’è una differenza sottile, ma decisiva,
tra aspettare e attendere. Aspettare è contare i giorni. Attendere è tendere il cuore. Aspettare può essere vuoto. Attendere è già pieno di desiderio. Aspettare significa dire: “quando finirà?”. Attendere significa dire: “Stai arrivando”.
Ecco: la Chiesa in questi giorni è in attesa dello Spirito. Non agitata, non rumorosa, non intenta a riempire il silenzio. Ma raccolta. Come Maria nel cenacolo. Come i discepoli dopo l’Ascensione. Come un monastero. Forse per questo celebrare qui, con le sorelle benedettine di Claro e con l’Associazione degli Amici del monastero, ci aiuta a capire meglio il Vangelo.
Perché il monastero è uno dei luoghi dove il mondo continua a imparare l’arte dell’attesa. Quando tutto corre, tutto deve essere immediato, quando “fuori” persino Dio lo vorremmo rapido, efficiente, prevedibile, un monastero invece ci invita a custodire un altro ritmo. Il ritmo del seme sotto terra. Del pane che lievita piano, della preghiera che giorno dopo giorno scava il cuore. San Benedetto conosceva bene questa sapienza. La vita monastica non è fuga dal mondo, ma custodia dell’essenziale.
È dire che ci sono cose che maturano solo lentamente: la fede, la pace, il perdono, l’amore vero. Maturano non aspettando ma attendendo. Mi colpisce un dettaglio degli Atti degli Apostoli: i discepoli dopo l’Ascensione non si disperdono. Restano insieme. Pregano insieme. Attendono insieme. Perché lo Spirito nasce quasi sempre in una fraternità custodita.
E forse oggi questa parola è importante anche per noi, per le nostre comunità, per le nostre famiglie, per la Chiesa stessa. Viviamo tempi in cui siamo bravissimi a reagire, molto meno ad attendere. Corriamo subito a commentare, giudicare, risolvere, riempire ogni silenzio. Ma lo Spirito ama i cuori non già pieni di sé. Ama il cuore che sa attendere e quindi fa spazio per chi deve arrivare.
E allora forse questa settima domenica di Pasqua ci chiede proprio questo: non vivere da persone che semplicemente aspettano qualcosa, ma da uomini e donne che attendono Qualcuno. Perché il cristiano non aspetta un evento, ma attende una Presenza. E se impariamo ad attendere così, cambia anche il nostro modo di vivere: ci facciamo meno ansiosi, meno duri, meno preoccupati di controllare tutto. Diventiamo più simili al cenacolo. Più simili a Maria. Più simili forse anche a un monastero: luogo dove il tempo non viene riempito, ma abitato. Sia anche il nostro tempo, per grazia di questa Eucaristia, abitato dal Signore, abitato dalle persone, abitato dall’amore, abitato dall’attesa e non dall’aspettare.
Mons. Nicola Zanini







